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In Barba al Nordest

Posted on Dic 7, 2014 in Pubblicazioni, Ritratti |

L’ONOR DEL MENTO (NON MENTE)L MENTO (NON MENTE)

ritratti fotografici di Francesco Sovilla

Chissà se è più verace il proverbio arabo tawil al-liyah qasir al-‘aql (“lungo di barba corto d’ingegno”) o quello latinobarba facit philosophum (“è la barba che identifica il filosofo”, ma forse anche “basta la barba a fare un filosofo”: per fare onore a una faccia austera e solenne, sei obbligato ad avere solenni ed austeri pensieri…).

In ogni caso, questa caratteristica maschile è impregnata di simbolismo, variante a secondo delle epoche, delle tribù, delle religioni, delle civiltà; la spiegazione della sua utilità evolutiva è controversa: difesa contro il freddo (ma allora perché le donne no?) o segnale di attrazione sessuale, o di prestigio per la raggiunta maturità (insieme alla canizie), o protezione contro graffi e morsi nelle zuffe preistoriche (ma può anche essere un appiglio per l’avversario); comunque sia, l’umanità maschile si può dividere in due comode categorie: quelli che hanno tempo e voglia di radersi ogni mattina, e quelli che non hanno questo tempo o questa voglia.

Non sembra che giudizi o incitamenti femminili abbiano peso in queste scelte: certo preferiscono anch’esse (come gli uomini) pelli lisce e morbide, ma tutta la storia dell’arte, l’archeologia, la storia delle religioni, la poesia epica e le tradizioni montanare e alpine sono lì per dimostrare che, all’occorrenza, le donne se ne infischiano del fatto che l’uomo a cui sono interessate porti o non porti la barba. Ci sono peraltro tracce, nella storia dei santi, di vergini a cui, per opera divina, crebbe immediata una repellente barba per difenderle da aggressioni sessuali di malvagi e di pagani: santa Paula e santa Liberata, per esempio.

L’uomo, invece, ne fa una questione primaria d’onore e d’orgoglio, specie nelle società arcaiche: la Bibbia vieta di tagliare la barba sulle guance, ma lo si può fare in segno di lutto; tagliare la barba a qualcuno è ingiuria suprema (Jahvé lo minaccia come punizione agli Ebrei), e presso gli attuali islamisti fanatici è segno di purezza religiosa, ed è obbligatoria come il burqa per le donne.

Ma, si sa, qui si tratta di popoli lontani dalla nostra civiltà, però anche Greci e Romani erano impegnati in questa discussione: in età greco-classica radersi era segno grave di effeminatezza (gli Spartani obbligavano i vili a radersi una guancia); ma dopo Alessandro Magno che, a differenza di suo padre Filippo il Grande, non portava barba è stato difficile coniugare viltà e rasatura (anche Cesare era sbarbato, e di Scipione l’Africano si sa che fu il primo romano a radersi quotidianamente: Annibale, suo nemico, invece aveva una bella barba ben curata).

L’imperatore Adriano ci teneva ad essere barbuto, per coprire i difetti del volto; i suoi successori Antonino Pio e Marco Aurelio erano invece barbati in quanto saggi e filosofi. Gli imperatori cristiani tendenzialmente si radevano, ma Giuliano l’Apostata, che si ribellò al Cristianesimo, portava una gran barba; ci scrisse anche un’opera, il Misopogon (“l’odiatore della barba”) per polemizzare con dei sudditi, cristiani ma eccessivamente raffinati, che lo deridevano per la sua barba da filosofo-soldato.

Ma più tardi i Padri della Chiesa polemizzano contro gli sbarbati, e ascetismo e barba, monaco e peluria vanno insieme. Ma veniamo all’età moderna: ci sono curiose opposizioni ottocentesche: i preti non la portano, i medici condotti sì; i contadini tendono a sbarbarsi, i proprietari terrieri a infoltirsi; notai, avvocati, commedianti, e persone di servizio sono quasi obbligati a radersi.

Anche la politica ha i suoi segnali: il Risorgimento è barbuto, l’Illuminismo tendenzialmente rasato; nelle rivoluzioni, Marx è barbuto, ma Mao no, Ho Chi Minh e Castro sì, Stalin e Mussolini no. La Resistenza è barbuta, il Sessantotto è capellone; la musica country ammette la barba, il rock no.

Hanno la barba i pirati e gli uomini crudeli (Barbarossa, Barbanera –che peraltro è anche un frate da calendario popolare-, Barbablù), e quelli autorevoli: “el me barba” diciamo noi, per indicare lo zio (importante, nelle famiglie tradizionali), da cui Barba Sep dai Piai e Barba Toni da Castion, poeti bellunesi di epoche passate. Ma lo dice anche Dante “del barba e del fratel”.

Ci può anche essere un tono dispregiativo o ironico: che barba! una figura barbina, farla in barba, servire qualcuno di barba e capelli, barboso, barbogio, barbassore, barbagianni e barbacheppio. “Barbùn, va’ a laurà!” (Umberto Bossi, Opere filosofiche complete, vol. XIII: “Tolleranza e galateo nella bassa Bergamasca”, Padania Editrice): e ci si dimentica che i Longobardi, cioè gli antichi Lumbàrd, si chiamano così perché, secondo leggenda, sono Longibarbi, “dalle lunghe barbe”.

Per quanto riguarda questa serie di ritratti fotografici, è evidente il narcisismo che ispira i soggetti, felici di affidarsi all’abilità interpretativa e pittorica dell’Autore; gli oggetti che hanno con sé sono una chiave decifrativa del loro voler apparire, ma la verità primaria sta già nella barba (verità deprecativa,“mento non mente”, come nel proverbio arabo, se “mente” è un sostantivo; o elogiativa, come nel proverbio latino, se “mente” è un verbo).

Cioè, in sintesi, come dice l’antico mistico mussulmano Mevlana: “Fatti vedere così come sei, oppure diventa così come ti fai vedere”.

In ogni caso, c’è chi sta con Dante: “barbuto, cui lussuria e ozio pasce” (Purg. VII 102).

Francesco Piero Franchi

ancesco Piero Franchi

Per una biografia fatta di spalle

PER UNA BIOGRAFIA FATTA DI SPALLE

Francesco Sovilla, fotografo in Belluno e barbuto in proprio, nasce al mestiere una trentina d’anni fa. Ne nasce in bianco e nero tra le brume e le statue del Prato della Valle sotto la nuvolaglia bianca del cielo autunnale.

Cammina da autodidatta e si costruisce l’occhio tra la strada e la bottega, lo sguardo-guida di un amico, Michele Giotto, lo sfregolìo del cartoncino Kodak, la posa e la ripresa, l’impasto e gli acidi dell’alchimia di uno studio frequentato fino a notte.

Che la camera oscura sia, per grazia, di Renato Idi a San Gregorio, o di Giorgio Eichinger a Berlino, non ha importanza, “maestri” sono e da loro si impara per poi ritrarsi e ritirarsi nel solvente proprio, magia per casa, vaschette e puzza, mistero e sviluppo: notti intere nella fioca penombra della luce rossa.

Per le ottiche intanto si va per economia, seconda mano, ma di qualità, Nikon FM, strumento che non tradisce e si ricompra nei suoi sviluppi fino al sei per sei della Rolleiflex con proporzionale compagnia di ottiche e sviluppo. Una passione.

Ma si sa che spesso gli amori si fanno compagnia, si richiamano, vivono di relazione. La spalla lo fa il jazz, passione lunga, di gioventù, timbri movimenti ed occhi stralunati: soggetti ideali. Soggetti da ritrarre. Luci dure, contrasti, mani secche, strumenti e visi, corpi e movenze tagliati e accesi dal controluce: pura forza creativa, musica in bianco e nero.

Ne nascono lavori apprezzati, spazio in gallerie e serate jazz, settimane d’arte, cataloghi e riviste. Se ne accorgono anche i critici, intervengono ed apprezzano. Alla fine un libro, “Jazz bianco e nero – volti e strumenti”, una raccolta di ritratti, un omaggio alla passione più duratura.

Nella scia si va per soggetti, per fermo-immagini, posa. E allora si chiede la cortesia di un passaggio in studio, una discesa nella “burela” di Borgo Pra, dentro l’humus artigiano di un tempo che fu, là oltre la fontana e il cancello di quella casa in sasso protetta dallo sguardo alto della campanaria torre di Santo Stefano. Dentro uno studio, torce, flash, lo sgabello in posa, la paglia di una sedia, e l’immancabile Rollei sei per sei.

Sono gli amici, i conoscenti, il caso, che seggono, posano, trovano l’agio dentro il passo di una battuta, lo scorrere di un anedotto, il narciso riporto di un oggetto, e Francesco scatta, scruta, indaga, coglie il tratto, l’essenza, il carattere. Scava nell’espressione, va oltre il volto e il volume, gira le ombre e la luce, sfida il contrasto, il bianco e nero, cerca un centro, un occhio, una luce nel fondale buio. E nel corso un’idea, un tema, un lanoso filo conduttore, barbe: tema insolito ma artisticamente e antropologicamente rilevante.

All’inizio si va per provocazione, sul minimo per una piccola mostra: dodici foto, dodici barbe; dentro i volti, davanti le domande. Zio Enzo, in Belluno, accoglie: un successo.

Poi viene l’idea di continuare, guardarsi attorno, fissare per ricognizione. Alla fine le foto sono novanta, le barbe altrettante: barboni, professionisti, intellettuali, avvocati, imbianchini e amministratori, operai e poeti, attori e politici; volti conosciuti, visi defilati, estrazioni da decifrare, posizioni opposte, pensieri in-concilabili, ma tutti “veri”, in posa, e… rigorosamente in bianco e nero.

E in questo, per le tante lane, il progetto si allarga, e le immagini si stampano. Le foto sono grandi, per vederle ci vorrebbe uno spazio e per tenerle assieme una adeguata raccolta. Ci fosse una mostra, un palazzo, una galleria e un raccoglitore in cui metterle assieme ci si potrebbe divertire, si potrebbe fare a Francesco un regalo, un onore al mento/merito, un apprezzamento dovuto alla qualità assoluta del suo lavoro. Ci siamo, l’amicizia fa la stampa e un editore, per dio e per affetto, compare assieme al libro. Per la mostra qualche giorno. Mel. Palazzo delle Contesse. Sarà un piacere.

Sandro Dalla Gasperina

Sandro Dalla Gasperina

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